La peste bovina del 1713, Santa Maria dell’Impruneta e la pietà di Firenze

Nel passato la peste bovina, una malattia infettiva causata dal virus morbillivirus –detto così perché correlato a quello del morbillo – causò in Europa una forte mortalità del bestiame e degli ungulati in generale. Pur non essendo trasmissibile all’uomo, decimò gli allevamenti, provocando una crisi nell’alimentazione e nella forza lavoro.
Nel 1713 colpì in Italia lo Stato pontificio. Papa Clemente XI per arginarla si affidò alle misure di profilassi tramite le norme di polizia sanitaria e l’opera del medico archiatra Giovanni Maria Lancisi († 1720). Emanò con editti e bandi anche inviti alla preghiera per intercedere contro il diffondersi del morbo. A Firenze queste esortazioni furono bene accolte dalla popolazione che, pur subendo la generale miseria dell’epoca, attraversava un periodo di crisi anche per la mancata “serenità dell’aria”, il maltempo. Aumentava l’incertezza la grave malattia del principe Ferdinando figlio di Cosimo III ed erede al trono di Toscana – sarebbe deceduto il 30 ottobre 1713 tra la costernazione di tutti.

Stando ad alcune cronache manoscritte, la religiosissima popolazione di Firenze, riguardo alla peste bovina, partecipò a una solenne processione il 20 novembre 1712 e la compagnia di San Rocco di via San Gallo il 25 settembre 1713 condusse, sempre a processione, la reliquia del santo titolare concessa da sua altezza reale per tale scopo. Ma poiché le preghiere non avevano ottenuto fino a allora l’effetto desiderato, sul termine di quel memorabile anno si ricorse alle indulgenze e alla richiesta di intercessione alla veneratissima Madonna dell’Impruneta.

Due altre cronache ricordano questi eventi.
La prima è del sacerdote Luca Giuseppe Cerracchini († 1745) nel suo Zibaldone:
“5 novembre 1713.
Seguiva per anco nello Stato della Chiesa la mortalità delli animali bovini, perciò si mosse il sommo pontefice Clemente XI, felicemente sedente, mandare un’ampia indulgenza plenario in forma di giubileo con obbligo di visitare le chiese, da cui fosse partita la processione e quella a cui fosse terminata, con dare qualche limosina, digiunare un giorno della successiva settimana, e confessarsi e comunicarsi; tutto a fine di impetrare perdono alle nostre colpe e cessassero così i divini flagelli.
Si estendeva in oltre la bolla a comandare che per un mese si dicessero nelle chiese dei regolari dell’uno e dell’altro sesso, dei secolari et in specie delle collegiate e cattedrali, le litanie maggiori con le preci pro quacunque necessitate e a chi ad esse fosse intervenuto, si concedeva per ciascuna volta un’indulgenza di anni e quarantene da applicarsi di suffragio all’anime del Purgatorio.
La processione adonque questo cinque novembre si partì dal duomo, per San Giovanni, a Santa Maria Maggiore, a’ Fratini al Ponte Santa Trinita, per via Maggio, allo sdrucciolo de’ Pitti, alla piazza per via Guicciardini a Santa Felicita indi al Ponte Vecchio per Mercato Nuovo, in Vacchereccia, per piazza alla Porta Nuova, dietro Palazzo Vecchio, ai librai al Canto de’ Pazzi, da i forni per San Giovanni in duomo.
A questa processione intervennero le religioni mendicanti, solo però quelle solite venire alle processioni dei quartieri, i soliti cleri, con il clero Cappellani e Capitolo della Metropolitana, il vescovo di Fiesole [Orazio M. Panciatichi] et in ultimo luogo l’arcivescovo [Tommaso Bonaventura della Gherardesca] in cappa magna pavonazza, e la reliquia della Santissima Croce con baldacchino pavonazzo.
Fatta la solita stazzione a Santa Felicita, tornò, come si dice di sopra, per le accennate strade la processione in duomo, ove, essendo appuntatamente arrivato il granduca, si cantarono le litanie de’ santi con i soliti versette et orazioni pro quacunque necessitate, dopo le quali monsignore arcivescovo diede la pastorale sua benedizione ad un popolo quasi innumerabile, ed ognuno fu licenziato con la pace del Signore”.

La seconda cronaca è di scrittore anonimo:
“A dì 5 dicembre 1713.
Essendosi per tutta la Toscana sparsosi il male epidemico nelle bestie bovine, furono fatte in Firenze molte devozioni, fra le quali il suddetto giorno fu portata nel mezzo della sua chiesa la miracolosa immagine di Maria Santissima detta dell’Impruneta, la quale stiede quivi per tre giorni continovi alla pubblica adorazione, e la mattina del dì 8 detto, con magnifica pompa, fu pricissionalmente trasportata sul monte ove fu ritrovata, con l’assistenza di monsigniore arcivescovo di Firenze, fu data la benedizione a tutto quel popolo infinito, estendendosi gl’indulgenza pontificia ancora a tutti quei fedeli, che nel tempo che si dava la detta benedizione, si fossero inginocchiati a pregare Maria Santissima ed acciò tutto il popolo fiorentino godesse di questa indulgenzia, nel tempo che si dava all’Improneta la benedizione; qui sparorno ambe due | le fortezze, mediante alcuni segni dati con i mortaletti dai cannonieri, che erano sparsi in molti posti per la strada che conduce all’Improneta; dopo dunque di tante devozioni, in breve tempo il male epidemico cessò, e ritornorno le cose nello stato suo primiero”.

La terza cronaca, più descrittiva, è ancora del Cerracchini:
“A dì 24 dicembre 1713.
Durando in alcuni circonvicini paesi la mortalità delli animali bovini e rimanendo per anco esente da questo flagello per divina misericordia la nostra Toscana, per impetrare la durevolezza di questa celeste benedizione, fu determinato dall’indefessa pietà del serenissimo gran duca Cosimo 3°, per mezzo delli signori Ufiziali di Sanità, che la vigilia del Santo Natale del Signore e Salvatore Nostro Gesù Christo giorno di domenica, si esponesse alla pubblica venerazione il tabernacolo di Santa Maria Impruneta, come fu fatto la mattina di detto giorno molto per tempo, et posto nel mezzo di chiesa, ivi stette sino alla mattina de’ Santi Innocenti, nella quale fu processionalmente portato sotto baldacchino pavonazzo al monte Santa Maria, luogo quindi distante quasi un miglio.
Molto devota fu la processione con intervento di molta nobiltà con torcetti, et altre persone della città e luoghi circonvicini.
La chiesa, le strade erano tanto cariche di popolo, di modo che a fare il computo anco non con tutto rigore fu creduto potessero ascendere al numero di quasi | 40000 persone.
I giorni antecedenti fu sempre con fervorosi discorsi animato il popolo alla divozione di Maria dal p. Leonardo da Genova de’ Riformati del Monte a San Francesco [San Leonardo da Porto Maurizio, † 1751]. In questa ultima mattina poi, doppo una breve esortazione al popolo nel riportarsi alla chiesa, e nel partirsi il sacro tabernacolo, risuonavano le valli e monti e, nella bocca di ognuno ad alta voce, si sentivano queste parole: «E viva Maria, e viva Maria».
Monsignore arcivescovo, pontificalmente parato di paramenti pavonazzi, arrivato al monte, diede in nome di Maria la sua pastoral benedizione a tutto quell popolo, et indi a tutte le campagne, et così parato, ritornò alla chiesa accompagnando la Sacra Immagine, la quale dietro il baldacchino fu seguitata dalla serenissima gran principessa Violante moglie già del serenissimo gran prencipe Ferdinando, dalla serenissima principessa Leonora moglie del già signore prencipe Francesco, e dal serenissimo gran prencipe Gastone.
Essendo già stabilito che al suono della campane di palazzo e della metropolitana tutte le altre suonassero, acciò ognuno inginocchiato, potesse anco assente ricevere dalla Santissima Vergine la sua potentissima et amorevole benedizione e la indulgenza che dal sommo pontefice era stata concessa, perciò dato il segno dal luogo della processione per via di spingarda a’ luoghi circonvicini e da questi alla fortezza di Belvedere e da questa alla fortezza da Basso con lo starro [sic, forse sparo] di alcuni pezzi di artiglieria, per ciascuna di queste fortezze, risuonò la città tutta per le campane di tutte le chiese, e si vedde nella pietà de’ fiorentini quanto ciascheduno avesse di affetto verso questa Santissima Immagine, parendo le piazze e strade tante chiese nella quali inginocchiati i fedeli con pianti di tenerezza, stettero a ricevere la benedizione, e ciò fu alle hore diciotto e mezzo appunto”.

Paola Ircani Menichini, 19 giugno 2026. Tutti i diritti riservati.




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